| Recensione
estratta con autorizzazione dell’Editore da: V.Y.G.E.R. INDIAN di Mario Berlinguer Capisco che parlare di un giradischi da tredici milioni (braccio escluso) non è parlare di un prodotto per tutte le tasche, e che molti cultori del vinile non possono spendere cifre del genere per un pezzo, seppure fondamentale, di un sistema di lettura analogico. Quindi, a chi critica perché parliamo spesso di prodotti costosi, devo rivolgere due premesse. Intanto, devo dire che la nostra rivista ha il dovere di testimoniare di quei tentativi di raggiungere il massimo delle prestazioni, indipendentemente dal costo, perché la ricerca sulle tecniche, sui materiali, sull’ottimizzazione ha quasi sempre delle ricadute sui prodotti più abbordabili, e perché comunque la spinta verso la perfezione ha un valore intrinseco innegabile, e merita il nostroo rispetto. In secondo luogo, è ammirevole il tentativo di un piccolo (per ora) costruttore di allargare la sua fascia di utenti, e sono certo che in V.Y.G.E.R. hanno lavorato duramente per ottenere un prodotto che costasse meno del colossale Atlantis, pur non potendo, per ovvie ragioni, proporre un sistema accessibile a tutti. Comunque, chiamare l’Indian un giradischi “piccolo” è quantomeno eufemistico. Si tratta pur sempre di un giradischi estremamente massiccio, tutto in metallo, decisamente pesante ed esteticamente impegnativo. Il principio sui cui si basa è pressoché lo stesso dell’Atlantis: grandi, grandissime masse in gioco, sospese e rese leggere dall’azione dell’aria. E molto simile è anche il livello qualitativo della lavorazione: tutti i metalli sono torniti o fresati dal pieno, attraverso processi di estrema precisione e accuratezza. Il telaio è di tipo sospeso semirigido, su speciali inserti in siligraf (un composto ideato dal costruttore romano), che smaltisce le vibrazioni spurie trasmesse dal pavimento e dall’ambiente circostante al giradischi. E’ un sistema piuttosto originale, che prevede una leggera azione di molleggiamento sotto la base delle tre “torri” che sostengono il contropiatto, il quale però si muove veramente assai poco se sottoposto a pressione. Mi sembra di ricordare che l’Atlantis utilizzasse invece un sistema di sospensione basato sull’impiego di un numero impressionante di anelli O-Rings. Sulle tre torrette sono anche collocati dei bulloni a brugola per l’ottimizzazione della messa in bolla del sistema, nascosti alla vista da tre massicce coperture in ottone, isolate dalle stesse torri tramite anelli in gomma. Il controtelaio è ricavato anch’esso dal pieno, e nel fondo è alloggiato un pesantissimo anello in piombo di oltre cinque chili, che ha la funzione di abbassare il baricentro e smorzare i moti vibrazionali del metallo. Al centro troviamo il perno in alluminio trattato con ossidazione anodica “dura” (al tatto è terribilmente liscio), all’interno del quale scorre l’aria che “sospende” il piatto. Il piatto è forse il vero capolavoro di questo giradischi. Pesantissimo (incredibile come un velo d’aria riesca a tenerlo sollevato quel tanto che gli consente di girare, se non ci fosse la cinghia, all’infinito), è ricavato da un unico blocco di alluminio corodal al cui interno è ricavata per svuotamento la sede per la base di appoggio del disco, in metcrilato nero da oltre due centimetri. il fondo del piatto ospita le sede del perno, ed è tutto trattato, come pure il perno stesso, con un procedimento di ossidazione galvanica, che trasforma lo strato superficiale (alcuni centesimi) in ossido di alluminio, durissimo e inscalfibile più di qualsiasi acciaio temperato. Inoltre, le pareti della sede di contenimento del perno è lavorata con speciali “lappature” al diamante, ottenendo secondo le dichiarazioni del costruttore un “difetto di rotondità” di pochissimi micron. Al tatto sembra realmente seta, e non durissimo metallo. Il motore è stato drasticamente isolato dal complesso di lettura, semplicemente costruendogli un alloggiamento esterno, che non comunica in nulla, se non tramite la cinghia, con il giradischi. Non è ovviamente tutto: il contenitore del motore è anch’esso in alluminio tornito dal pieno, e il motore stesso è sospeso elasticamente in speciali anelli O-rings. E’ un Crouzet sincrono di produzione svizzera, un dispositivo di notevole precisione generalmente impiegato per scopi elettromedicali. La pompa dell’aria è la stessa dell’Atlantis, alloggiata (credo immersa nell’olio) in un pesantissimo contenitore in alluminio. All’esterno vi sono un filtro micrometrico in ingresso e un serbatoio/filtro in PVC. La V.Y.G.E.R., come ricorderete, produce anche un fenomenale braccio ad aria, che sicuramente contribuisce abbondantemente alle prestazioni dell’Atlantis. Il braccio, ovviamente può essere montato anche sull’Indian, il che farebbe però lievitare ulteriormente il prezzo del giradischi. Nella circostanza, l’Indian in prova è arrivato corredato di un comunque ottimo Triplanar, in buona efficienza nonostante non fosse proprio nuovissimo. La V.Y.G.E.R., comunque, può realizzare basette per ogni tipo di braccio. La prova di ascolto è stata condotta nella sala di SUONO, dove il V.Y.G.E.R. è stato collocato su un robusto supporto Solidsteel e collegato ad un pre phono Klimo Lar e, in alternativa, un pre della ATC SCA2, e da questi al finale AM Audio A-70 e ai diffusori Aliante One Zeta. Cablaggio Rega (per il giradischi) e Monster Cable. Ho utilizzato due testine, una ascoltata più di recente (l’ottima Ortofon MC10 Super II), una di classe più elevata, e quindi più adatta sia al braccio che al sistema di lettura nel suo complesso (la Transfiguration Spirit). Tra le cose che mi ricordo con più forza del colossale Atlantis era la sua spaventosa dinamica. Ricordo perfettamente la sensazione di quasi incredulità (mia e di tutti quelli che l’hanno ascoltato), quel “mai sentito niente del genere” e quel “non è possibile” contraddetto indubitalmente dalla testimonianza sonora che avevamo sotto le orecchie. Un po’ per curiosità, un po’ per cattiveria, la prima cosa che sono andato a cercare nel “piccolo” (per così dire...) Indian è stata appunto la capacità dinamica. Ebbene dopo una messa a punto del sistema braccio/testina non proprio semplicissima, anche la dinamica dell’Indian è venuta fuori, potentissima, spaventosamente superiore a quella di qualunque sistema digitale (non mi credete? provate…). E’ una dinamica controllatissima, capace di un’ampiezza di contrasto sorprendente, emozionante per intensità e ancor più per la prontezza incedibile con cui gli scarti dinamici si presentano all’ascolto. Ma ciò che lascia allibiti (tutti, salvo chi conosce davvero le potenzialità dell’analogico, espresse dal V.Y.G.E.R. al massimo grado), è la pulizia con cui tale energia viene elargita, il controllo, la pressoché totale mancanza di impastamento e confusione. Insomma se è vero che l’Indian non raggiunge il forse inarrivabile Atlantis (che oltre ad essere piuttosto diverso aveva comunque un braccio anch’esso ad aria compressa) le sue prestazioni a questo proposito sono letteralmente eccezionali. Provate ad ascoltare un po’ di sano (o insano) rock (io ho ascoltato Small World di Huey Lewis, Crisalis Records, poco più di un insano disco test, e The Dream of Blue Turtles di Sting, ben più bello), e verrete letteralmente presi a cazzotti dai colpi di rullante, della cassa, profonda e velocissima, e dal basso, stentoreo e potente come forse non avete mai sentito, impressionante per energia e articolazione. E già con questi dischi si capisce che l’Indian non è fatto solo di muscoli, ma che dispone anche di “testa”, o se volete di “cuore”. Nel senso che capisce ed esprime tutto ciò che compone un brano musicale, le sfumature cromatiche, i diversi accenti delle chitarre e dei fiati, delle voci, e li narra con totale intelligibilità. Così, se ci si stupisce della tenuta dei fiati e della loro energia, non passa però sotto silenzio la loro precisissima calibrazione timbrica. Se con alcuni dischi, quello di Sting, per esempio, ciò si traduce in una grande varietà di colori, fedele alla ricchezza cangiante dei brani, con un repertorio più classico (Billie Holiday, Songs for distingue lovers, Verve) si rimane incantati dalla versatilità espressiva, dalla delicatezza delle sfumature, dalla precisione dell’intonazione timbrica. Come rarissimamente mi è capitato di sentire, poi, l’Indian letteralmente lava via ogni opacità da questa incisione storica, e la rende di una trasparenza veramente magnifica, di un’ariosità che pare cancellare ogni segno del tempo. I fiati sono vivaci e brillanti il giusto, il basso è nettissimo, e soprattutto la batteria è di una velocità veramente ammirevole. La voce di Billie è chiarissima, leggibile fin nelle più recondite sfumature, in una parola: viva. Passando ad un genere diverso, ma sempre abbastanza intimistico (Brahms, Quintetto per clarinetto e archi, Decca) la ricca espressività del V.Y.G.E.R. si conferma in pieno, conferendo una sontuosa forza comunicativa sia agli archi, assecondati in tutti i loro variabilissimi accenti, sia al clarinetto, che unisce una grande precisione di articolazione e una pregnanza armonica e coloristica veramente significativa. La capacità di lettura di questo sistema analogico si spinge non solo nell’esibizione esplicita di ogni dettaglio, ma soprattutto nella fluidità narrativa delle dinamiche e nel fraseggio, di grande realismo e naturalezza. E mi piace notare come tale accuratezza di fraseggio si manifesti nei mille colori degli archi, e ancor più nella consequenzialità dei crescendo e diminuendo, e si riveli lampante anche nelle parti basse della partitura, a conferma di un registro inferiore davvero molto ben controllato, privo di ogni gommosità e ridondanza, eppure decisamente presente. Con un altro Brahms, stavolta orchestrale (Concerto per violino, Zukerman, Baremboin, DG) si aprrezza in primo luogo un’immagine molto credibile, stabile senza apparire schematica, profonda e decisamente ampia, plastica come ci si aspetta da una macchina analogica ma insieme terribilmente precisa. La natura timbrica del suono orchestrale è risolta nuovamente con grande ricchezza: nonostante il V.Y.G.E.R. sia improntato alla precisione e rifugga dai facili sentimentalismi (ossia, è sempre molto calibrato e privo di ridondanze), è capace di una grande molteplicità di accenti, che si traduce ora in un suono più caldo e avvolgente, ora in uno più brioso e vivace, in pratica rispettando con assoluta fedeltà le intenzioni dell’autore e del direttore. Spicca, poi, la profonda differenziazione dei piani sonori, la plastica concretezza delle figure di secondo piano, che pur non venendo in alcun modo sottolineate assumono una speciale solidità, in sostanza una più apprezzabile presenza, sempre nel rispetto del dovuto rapporto proporzionale. Così anche il solista, riportato con tutta l’attenzione che merita, è sempre ben visibile senza che prevarichi più del necessario nei confronti del tessuto orchestrale, in un rapporto proporzionale più simile all’evento dal vivo, in cui il solista è in sostanza “dentro” l’orchestra, che non quello “hi-fi”, dove è artificiosamente ingigantito. E ciò, mi pare, proprio per la forza con cui vengono presentati tutti gli elementi orchestrali, la cui netta intelligibilità, lungi dallo sminuire la figura del solista, ripristina una sorta di bilanciamento spesso compromesso. La trasparenza si mantiene anche con questo disco su valori elevatissimi, così come la dinamica e la potente precisione della gamma bassa, di rara autorevolezza ed espressività. Le voci testimoniano ancora della duttilità espressiva di questo giradischi, della sua capacità di estrarre il meglio da ogni incisione e nel contempo di mostrare le notevoli differenze tra un disco e l’altro. Ho ascoltato due edizioni molto diverse di alcuni Madrigali di Gesualdo. La prima, artisticamente discutibile, diretta da Angelo Ephrikian (Ars Nova), che utilizza voci troppo grosse e pesanti, di vocazione evidentemente lirica, ed è stato sorprendente come il V.Y.G.E.R. sia riuscito a rendere con chiarezza tutta la complessità della partitura pur avendo a che fare con voci sin troppo pastose, poco agili, gonfie, e rispettandone completamente queste peculiarità. L’altra edizione, meno pomposa, era quella del The Consort of Musicke di Anthony Rooley (L’Oiseau Lyre), più agile ma non meno densa, con voci capaci di una più attenta scansione della partitura. Due dischi diversi, e due suoni altrettanto diversi, entrambi rispettati e ricostruiti alla perfezione da questo straordinario giradischi. un’esperienza d’ascolto da non perdere, non solo per gli analogisti convinti (che già sanno le sorprese che il vinile può riservare), quanto per i digitalisti, che, credetemi, rimarranno a bocca aperta. |